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incesto

Veronica Segreti in Famiglia #19


di Membro VIP di Annunci69.it Efabilandia
10.05.2026    |    10.043    |    1 9.9
"Io, ancora con il culo pieno della sua sborra, mi abbassai subito e gli presi il cazzo in bocca..."
Dopo un mese dalla firma del contratto, finalmente potevamo entrare nella nuova casa.
Papà era tornato dalla trasferta il giorno prima e aveva insistito per accompagnarmi a vederla. Mentre guidava verso il quartiere universitario, sentivo la sua mano sulla mia coscia, possessiva, calda. Era un po’ geloso di Marco, lo capivo dal modo in cui stringeva il volante quando parlavamo di lui. Non lo diceva apertamente, ma il suo sguardo si incupiva ogni volta che nominavo il cugino.
«Sei sicura di voler vivere con lui?» mi chiese a un certo punto, la voce bassa.
Io gli strinsi la mano e gli sorrisi.
«Papà… tu sei l’unico uomo che conta per me. Marco è solo un coinquilino. Niente di più.»
Lui non rispose, ma il suo pollice mi accarezzò il dorso della mano con più forza.
L’appartamento era al terzo piano di un palazzo moderno ma con un’anima antica, in una via tranquilla vicino all’università. Quando aprimmo la porta, l’odore di legno nuovo, di vernice fresca e di pietra pulita ci accolse. Era bellissimo.
L’ingresso era in stile giapponese minimal: un piccolo genkan con pavimento di legno chiaro, un mobile basso di bambù per lasciare le scarpe, una parete con un quadro di calligrafia nera su carta di riso. La luce entrava morbida dalle finestre alte, creando giochi di ombre sul tatami.
Il salotto era ampio e luminoso. Al centro, tre futon bassi e comodi rivestiti di tessuto grigio chiaro fungevano da divano, disposti intorno a un tavolino basso di legno scuro. Una grande TV era fissata alla parete di fronte, ma l’ambiente sembrava più pensato per la conversazione e il relax che per lo schermo. Un tappeto di juta e qualche pianta di bambù davano un senso di serenità zen.
La cucina era minimal ed elegante: piani di lavoro in pietra grigia, armadietti bianchi senza maniglie, un tavolo alto con quattro sgabelli di legno chiaro. Tutto essenziale, pulito, perfetto per due ragazze universitarie… e per i nostri segreti.
Le camere da letto erano tre, tutte in stile giapponese. La mia aveva un futon matrimoniale su una base bassa di doghe di legno, armadi a scomparsa in bambù chiaro, una piccola scrivania vicino alla finestra che dava sul giardino interno. I colori erano neutri: beige, grigio tortora, tocchi di nero. L’odore di legno nuovo e di tatami fresco era ovunque.
Il bagno era uno solo, ma ampio e bellissimo: doccia grande con vetro trasparente, doppio lavandino, una lavatrice nascosta in un mobile, e un grande cestone di vimini per i panni sporchi. La luce entrava da una finestra opaca, creando un’atmosfera calda e intima.
Papà chiuse la porta alle nostre spalle. Eravamo soli. L’idraulico aveva finito il lavoro solo il giorno prima, quindi la casa era ancora vuota, pronta per noi.
Appena la serratura scattò, papà mi spinse contro il muro dell’ingresso con un bacio profondo, quasi violento. La sua lingua entrò nella mia bocca con urgenza, le sue mani mi strinsero i seni sopra la maglietta, pizzicandomi i capezzoli. Io gemetti nella sua bocca, già bagnata.
«Papà…» sussurrai.

Mi alzò la maglietta con un gesto lento, quasi reverente, scoprendo i miei seni nudi. Il tessuto leggero scivolò via, e l’aria fresca della stanza mi accarezzò la pelle. Papà si chinò su di me, il suo respiro caldo che mi sfiorava i capezzoli già turgidi. Il primo bacio fu sulla bocca: lungo, profondo, quasi disperato. Le nostre lingue si intrecciarono con fame, bagnate, calde, esplorandosi senza fretta. Sentivo il suo sapore familiare — caffè, menta, uomo, amore — e mi ci perdevo dentro. Le sue mani mi stringevano la vita, poi salirono a stringermi i seni, i pollici che sfioravano i capezzoli con una lentezza tormentosa.
Quando si staccò dalle mie labbra, scese con la bocca sul mio petto. La sua lingua calda e bagnata leccò un capezzolo lentamente, girandoci intorno, succhiandolo piano, poi più forte, mordendolo delicatamente con i denti. Un brivido elettrico mi attraversò tutto il corpo. Gemetti piano, infilandogli le mani tra i capelli, spingendogli la testa contro di me. L’altro capezzolo ricevette lo stesso trattamento: succhiato, leccato, mordicchiato. Il suono umido della sua bocca sui miei seni riempiva la stanza, mescolato al mio respiro sempre più affannato.
Non resistetti più.
Mi girai, mi appoggiai con le mani al futon del salotto, alzai la gonnellina fino alla vita e mi aprii le natiche con entrambe le mani, mostrando il mio culo nudo e già umido di desiderio. Ormai uscivo spesso senza mutandine per lui.
«Papà… ti prego… inculami» sussurrai, la voce tremante di voglia. «Voglio sentirti dentro… tutto.»
Papà si tolse i pantaloni e la camicia con gesti rapidi ma controllati. Il suo cazzo era durissimo, grosso, venoso, la cappella lucida. Si avvicinò, ma invece di posizionarsi subito dietro di me, mi venne davanti. Mi prese il viso tra le mani e spinse il cazzo contro le mie labbra.
«Leccalo, Veronica… leccalo come una porca» disse con voce roca, carica di desiderio.
Aprii la bocca e lo presi dentro. Lo leccai con devozione, dalla base fino alla cappella, assaporando il gusto salato della sua pelle, il profumo virile e muschiato del suo inguine. Papà mi spinse la testa più a fondo, infilandomi il cazzo in gola. Feci fatica, gli occhi mi si riempirono di lacrime, ma non mi tirai indietro. Lo succhiai con passione, la lingua che girava intorno alla cappella, succhiando forte.
Mentre lo prendevo in gola, papà si chinò in avanti. Sentii due dita bagnate di saliva premere contro il mio buco del culo. Le spinse dentro con decisione, fino in fondo. Gemetti intorno al suo cazzo, il suono soffocato e osceno. Papà mosse le dita dentro di me, allargandomi, preparandomi.
Quando cominciai a succhiare più forte, più avidamente, capì che ero pronta.
Si sfilò dalla mia bocca con un filo di saliva che ci univa ancora, si posizionò dietro di me e, con un colpo solo, mi infilò tutto il cazzo nel culo.
Cacciai un urlo di piacere misto a dolore. Mi sentivo spaccata, riempita completamente. Papà cominciò a scoparmi con forza crescente, i colpi sempre più profondi, sempre più violenti. Il suono della sua pelle che sbatteva contro il mio culo era osceno e bellissimo.
«Papà… ancora… ancora… sfondami!» supplicai, spingendo il culo contro di lui.
Lui aumentò il ritmo, martellandomi senza pietà. Io mi toccavo la fica con la mano, le dita che entravano e uscivano veloci. Venni per prima, un orgasmo anale fortissimo che mi fece vibrare tutto il corpo, le gambe che tremavano, la voce rotta in un grido.
Papà non si fermò. Continuò a scoparmi con foga, fino a quando non sentii il suo cazzo pulsare dentro di me. Mi sborrò nel culo con fiotti caldi, densi, potenti, riempiendomi fino in fondo. Cacciai un piccolo grugnito di soddisfazione mentre anche io venivo di nuovo, un orgasmo violento che mi lasciò senza fiato.
Papà si sfilò lentamente e si sdraiò stanco accanto a me sul futon. Io, ancora con il culo pieno della sua sborra, mi abbassai subito e gli presi il cazzo in bocca. Lo pulii con amore, leccando ogni traccia di sborra e del mio stesso sapore, succhiando con devozione da vera porca.
«Papà… sono una vera porca, vero?» gli chiesi, guardandolo dal basso con gli occhi lucidi di piacere.
Lui mi accarezzò la guancia con dolcezza, sorridendo.
«Sì, Veronica… sei una porca. E ti stai aprendo a tante esperienze.»
Papà mi fece girare con dolcezza ma decisione, mi mise a pancia in giù sul futon e mi aprì le gambe. Sentivo il suo sguardo bruciante sul mio corpo esposto. La sua mano, bagnata di saliva e dei miei stessi umori, scese lentamente tra le mie cosce.
Prima due dita entrarono facilmente nella mia fica già fradicia. Poi tre. Poi quattro. Sentivo la mia carne calda e morbida dilatarsi intorno alle sue dita, stringendole con avidità. Quando provò a mettere anche il pollice, strinsi i denti e trattenni il respiro.
«Papà…» sussurrai, la voce tremante.
Lui spinse dolcemente, con pazienza e fermezza. Sentii la mia fica aprirsi come non aveva mai fatto prima. La mano intera entrò dentro di me, lentamente, centimetro dopo centimetro, fino al polso. Cacciai un urlo lungo, rauco, di piacere misto a un dolore intenso e bellissimo.
«Oh cazzo… papà… tutta la mano…» gemetti, la voce spezzata.
Papà cominciò a muovere la mano con lentezza, poi con più decisione. Sentivo la mia fica dilatarsi al massimo intorno al suo pugno, le pareti interne che si contraevano spasmodicamente, stringendo forte la sua mano come se volessero inghiottirla. Il mio ventre si contraeva visibilmente, i muscoli si tendevano sotto la pelle mentre un piacere acuto, devastante, quasi insopportabile mi invadeva.
Il dolore si trasformò in un’onda di piacere così forte che mi fece tremare violentemente. Venni. Un orgasmo violentissimo, lunghissimo, che sembrava non finire mai. Il mio corpo si irrigidì, le gambe tremavano in modo incontrollabile, la fica pulsava e stringeva la sua mano con forza disperata. Schizzai sulla sua mano, sul suo polso e sul futon, getti caldi e abbondanti che non riuscivo a fermare.
«Papà… sto venendo… non smettere… ti prego…» urlai, la voce rotta, quasi singhiozzante.
L’orgasmo continuava, onda dopo onda. Sembravo perdere i sensi per un attimo, la vista che si annebbiava, il respiro corto. Tremavo tutta, il ventre che si contraeva ritmicamente intorno alla sua mano infilata dentro di me. Papà continuava a muoverla con dolcezza ma profondità, prolungando il mio piacere all’infinito.
«Adoro aprirti la fica, tesoro… sei una porca bellissima» mormorò papà con voce roca, chinandosi a dare un’ultima lunga leccata alla mia fica ancora pulsante intorno alla sua mano.
Restai sdraiata sul futon, tremante, il respiro affannato, il corpo lucido di sudore. Papà sfilò lentamente la mano, lasciando un vuoto improvviso e un senso di mancanza dentro di me. Mi abbracciò da dietro, il suo cazzo ancora mezzo duro premuto contro il mio culo, le sue mani che mi stringevano dolcemente i seni.
Restammo così, nudi e abbracciati, per qualche minuto, respirando insieme. Sapevamo entrambi che di lì a poco avremmo ripreso.
E io già pregustavo un altro orgasmo anale, ancora più profondo.
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